Il restauro: soluzioni

Di seguito farò una sommaria esposizione delle tecniche di restauro che normalmente uso per risolvere i problemi che nella pagina precedente ho sintetizzato in 13 punti.

  1. L'alluminio è un metallo piuttosto tenero e tende a rovinarsi facilmente sia per abrasione che per ossidazione, ma per fortuna è altrettanto facile riportarlo in condizioni eccellenti.
    Le parti in alluminio venivano sempre lucidate a specchio e in qualche caso sovraverniciate.
    Quasi sempre gli oggetti che hanno subito un uso intenso sono molto ossidati, e non c'è modo di eliminare l'ossido con sostanze chimiche, anche perché gli ossidi dell'alluminio hanno la caratteristica di essere "chimicamente" più resistenti dell'alluminio stesso. Ciò alle volte è un bene, perché alla fine è proprio l'ossido (quando non ha intaccato il metallo in grande profondità) a creare una protezione al metallo stesso.
    Per rilucidare l'alluminio è necessario procedere in modo meccanico.
    Usando paglietta d'acciaio 0000, abrasivi a secco e in pasta secondo i casi, applicati con un panno morbido, e diminuendo progressivamente la grossezza della grana, si può arrivare con un po' di pazienza a una finitura perfettamente lucida, cosiddetta "a specchio".
    Concludo di solito l'operazione ungendo l'alluminio con pochissimo olio di vaselina che, pur togliendo un po' di brillantezza alla lucidatura, la preserva a lungo da una successiva ossidazione.

  2. Negli anni 50 le parti che tradizionalmente erano realizzate in alluminio lucidato vennero nella maggior parte dei casi rimpiazzate, senza peraltro grandi cambiamenti di forma, da parti in metallo cromato.
    Già negli oggetti degli anni 20 e 30 si trovano parti in metallo ferroso e non ferroso ricoperte in metallo "nobile", tuttavia fino a prima del secondo dopoguerra non era ancora molto diffuso il processo di cromatura (anche se conosciuto fin dagli anni 20), e veniva effettuata la nichelatura (nata alla fine dell'800). Le parti nichelate hanno una resistenza chimica e meccanica leggermente inferiore a quelle cromate, e il loro aspetto è quello di un metallo con una tonalità più calda rispetto alla cromatura.
    Se una cromatura è stata ben realizzata (le migliori sono precedute da accurati bagni che prevedono la sgrassatura e la passivazione del metallo sottostante, e da nichelatura), ha uno spessore considerevole, e non è stata eccessivamente maltrattata, di solito ci perviene in ottime condizioni anche dopo decenni di età.
    Se però una delle tre condizioni succitate viene a mancare, l'effetto del tempo può creare situazioni disastrose.
    Il più piccolo graffio tende a innescare fenomeni di ossidazione e corrosione del metallo sottostante che, in presenza di condizioni atmosferiche sfavorevoli, presto si propaga creando diffuse "bolle" di ruggine con conseguente distacco della cromatura stessa.
    In questi casi intervengo applicando sulle parti danneggiate una soluzione molto concentrata di acido ortofosforico per eliminare l'ossido, e a seguire eseguo una lucidatura con paglietta d'acciaio 0000 e pasta abrasiva.
    In verità esistono diversi acidi che si potrebbero utilizzare per questo procedimento (nitrico, solforico, cloridrico ecc.), ma l'acido ortofosforico è l'unico che, anche se lentamente, distrugge egregiamente gli ossidi senza però intaccare i metalli (se non in tempi lunghissimi). Inoltre esso crea una pellicola passivante sul metallo che previene l'innesco di future ossidazioni.
    Nel caso di cromatura danneggiata effettuata su base di alluminio (anche se è un caso abbastanza raro) il ripristino di una condizione esteticamente accettabile risulta pressoché impossibile.
    La cromatura su alluminio aderisce poco, e tentando di rilucidare le zone danneggiate non si ottiene altro effetto che il distacco della cromatura stessa dal sottostante alluminio.

  3. Per le parti dipinte a smalto e intaccate dalla ruggine ritorna ancora utile l'intervento localizzato con acido fosforico, seguito da un'eventuale lucidatura generale con panno morbido e pasta abrasiva fine. A protezione dello smalto, quando esso è opacizzato e poco resistente, applico uno strato di cera (sono da evitare assolutamente prodotti che contengono siliconi i quali, se al momento danno risultati soddisfacenti, con gli anni opacizzano e risultano molto difficili da rimuovere)
    In casi estremi, in presenza di diffuso distacco dello smalto, ho proceduto con un'applicazione piuttosto diluita di resina silossanica o acrilica.

  4. Anche all'interno degli apparecchi applico normalmente gli stessi procedimenti che uso all'esterno. Non sono infatti da sottovalutare eventuali zone di ruggine presenti all'interno del corpo macchina: prima o poi si propagheranno fino a raggiungere la superficie esterna o danneggiando parti strutturali interne.

  5. Tutto quello che è costruito in gomma negli oggetti di più vecchia data soffre terribilmente giacché il materiale impiegato fino agli anni 40-50 era la gomma naturale vulcanizzata, la quale degrada per processi di ossidazione e di ozonazione. Spesso i pezzi sono talmente deformati e cristallizzati da risultare irriconoscibili.
    Quando ci si trova di fronte a situazioni simili non c'è niente da fare: bisogna rinunciare alla possibilità di effettuare un restauro.
    Purtroppo gli elementi in gomma in un aspirapolvere non sono pochi: parti dei tubi flessibili, parti delle bocchette di aspirazione, guarnizioni di tenuta nel vano sacchetto-turbina- motore, elementi ammortizzanti del motore, guarnizioni esterne paracolpi, cavi di alimentazione.
    Le parti che generalmente sono conservate meglio sono quelle che non hanno subito l'azione degradante della luce e dell'aria.
    Alle volte giova, come soluzione temporanea al fine di riposizionare una guarnizione, riscaldarla leggermente e con attenzione con un getto d'aria calda, oppure immergerla per alcune ore in acqua molto calda fino a che non risulti morbida. Di seguito, per mantenere la gomma in condizioni ottimali si impregna abbondantemente con glicerina.
    Gli elastomeri sintetici per fortuna risultano essere decisamente più resistenti (anche se alcuni subiscono importanti ritiri) e non necessitano d'altro che di un'accurata pulizia e di un'eventuale umettatura con paraffina liquida.
    Più complesso invece è tutto ciò che riguarda le parti in plastica.
    Ai fini del restauro mi appare logico dividere le resine plastiche in due distinte famiglie:
    resine termoindurenti e resine termoplastiche.
    Le resine termoindurenti presenti nei nostri apparecchi si riducono sostanzialmente a tre: la bachelite (fenolo-formaldeide) la galalite (caseina-formaldeide) e l'ebanite (che in realtà non è una resina plastica ma una gomma naturale che subisce un particolare procedimento di vulcanizzazione). Esse sono rigide, dure, resistenti ma fragili; una volta formate e indurite non possono più essere deformate con procedimenti termici. Se presentano graffiature o opacizzazioni diffuse sono facili da riportare al nuovo con abrasivi. Prendono una bella finitura brillante, specialmente con una mano finale di cera.
    Quando le parti sono danneggiate da urti che ne hanno asportato dei frammenti consistenti, l'integrazione è facilmente realizzabile adoperando resina epossidica o poliestere tinta come il manufatto originale.
    Tutte le altre parti in plastica che non sono del tipo termoindurente appartengono alla famiglia delle resine termoplastiche. Queste ultime hanno cominciato ad essere impiegate in modo massivo dalla metà degli anni'50 ed è fatto comune che dal 1960 in poi si trovino degli aspirapolvere il cui corpo è costruito interamente in resina termoplastica.
    Queste plastiche, generalmente più elastiche e meno dure delle precedenti, sono sempre termicamente riformabili.
    Le più comunemente usate sui nostri apparecchi, considerata l'epoca, sono la poliammide (nylon), il polietilene, il PVC, il polipropilene, il polistirene, le resine acriliche, la celluloide, l'ABS nonché altre  di minore importanza.
    Le problematiche del restauro su questo tipo di materiale sono più difficili da affrontare rispetto a quelle delle resine termoindurenti.
    Si incontrano sovente scoloriture o alterazioni cromatiche, dovute all'esposizione alla luce o a riscaldamento del motore. In questo caso bisogna rassegnarsi a tenere l'oggetto com'è.
    Spesso le parti in resina termoplastica hanno subito dei ritiri o delle deformazioni.
    In tal caso talvolta, con un po' di pazienza e un po' di fortuna, sottoponendole a un leggero, diffuso e prolungato getto d'aria calda si riescono a riportare alla forma originale.
    In caso di fratture l'incollaggio risulta difficile e poco stabile (soprattutto su polipropilene e polietilene), è più proficuo (operazione che però richiede una notevole perizia) tentare di effettuare una saldatura termica con pistola ad aria calda o con termocauterio, adoperando materiale di apporto appropriato sulla faccia nascosta del manufatto.
    Il polistirene e l'ABS sono invece facilmente incollabili con le normali colle cianoacriliche.
    Per quel che riguarda l'aspetto superficiale si può procedere in modo analogo agli altri materiali: pulizia con petrolio raffinato, uso di abrasivi, lucidatura con pasta abrasiva (la plastica che veniva adoperata fino agli anni '80 presentava sempre una finitura lucida), eventuale inceratura.

  6. I cavi elettrici hanno sempre bisogno di un'energica pulizia, poiché sono sempre ricoperti di persistente sporcizia, probabilmente attratta dal campo elettrico che il cavo stesso genera.
    Questa operazione di solito è sufficiente a riportare il cavo in buone condizioni e spesso riesce ad ammorbidirlo quando sembrava rinsecchito e rigido.
    I cavi che pregiudicano la funzionalità e la sicurezza dell'apparecchio vanno senza dubbio sostituiti con materiale pertinente, magari conservando a parte gli originali.
    Anche i collegamenti elettrici all'interno del vano motore vanno sempre ispezionati, operazione che consente di verificare anche lo stato generale del motore, le relative spazzole, e di effettuare una pulizia generale con aria compressa.
    Quando il rivestimento dei collegamenti interni è cristallizzato e tende a sbriciolarsi mettendo pericolosamente in luce il conduttore, si può intervenire efficacemente avvolgendo i cavi con un'apposita guaina di plastica termorestringente.
    Parecchie volte mi è accaduto di trovare il condensatore irrimediabilmente danneggiato o addirittura eliso. In questo caso non mi occupo di sostituirlo, dal momento che questa condizione non compromette affatto il funzionamento del motore.

  7. I più vecchi interruttori hanno una struttura eminentemente meccanica e grazie a questa caratteristica sono quasi sempre ancora funzionanti o facilmente riparabili.
    Il più delle volte, quando sono inceppati è sufficiente pulirli all'interno e lubrificarli per ripristinarne il corretto funzionamento.
    Nei modelli più recenti la cosa si complica parecchio, e non resta altro da fare che cercare un interruttore uguale o aspettare di reperire una "macchina gemella".

  8. Il problema dei connettori o "spine" sostituiti ricorre frequentemente, ed è un vero peccato poiché le case produttrici più pretenziose griffavano quasi sempre le spine o davano loro forme fantasiose e ricercate, tanto da renderle riconoscibili come "brand".
    Quasi sempre le spine erano fuse assieme al cavo e quindi, anche volendo ricorrere al solito prelievo da "esemplare doppio" è necessario sostituire l'intero cavo di alimentazione fino all'interno del vano motore.
    Più informale risulta l'argomento "cavi" nel mondo dell'aspirapolvere tedesco fino alla fine degli anni '50: il cavo di alimentazione di qualsiasi elettrodomestico era adattabile a qualunque altro, grazie al fatto che sull'apparecchio stesso era presente una presa "maschio" alla quale si poteva attaccare un qualunque cavo che finisse con una presa "femmina"; soluzione questa adottata anche da molte case produttrici europee fino al 1960 circa ma, rispetto all'area germanica, con una difformità di connessioni non-standard che costringevano comunque l'utente ad avere uno specifico cavo (o prolunga) per il solo aspirapolvere.
    I cavi di alimentazione tedeschi e austriaci di quel periodo erano spesso dotati, inoltre, di un interruttore sul corpo della spina stessa, soluzione che consentiva di snellire la macchina di questo costoso particolare.
    Grazie a questa intelligente soluzione (anche se non sempre molto pratica) risulta che modelli di marche diverse e dello stesso periodo adottino cavi e connettori assolutamente uguali, cosa che ne facilita l'interscambio in mancanza di cavo di alimentazione originale.

  9. I motori dei modelli degli anni 20 giravano spesso su bronzine, metodo che in linea di massima risulta funzionare "in eterno", almeno su motori poco sollecitati come quelli di un aspirapolvere.
    I cuscinetti a sfera di vecchio tipo (quelli a gabbia aperta) soffrono invece per l'accumulo di polvere e per mancanza di lubrificazione.
    Tuttavia mi è capitato raramente di dover cambiare i cuscinetti a un motore: il più delle volte è sufficiente pulirli e ingrassarli, accettando un po' di rumorosità.
    Le macchine degli anni 20 presentano ancora il foro che consente la periodica lubrificazione dall'esterno del vano motore.

  10. I sacchetti raccoglipolvere in tessuto, quando sono esterni al corpo macchina, raramente presentano un aspetto che possa anche lontanamente ricordare quello che avevano da nuovi. Essi sono spesso scuciti da qualche parte, e quasi sempre hanno perso il loro colore originale che era in tono con il resto della macchina.
    Per quanto riguarda le scuciture si può fare un rammendo, ma per la perdita del colore non c'è niente che si possa fare.
    Io procedo con una scrupolosa pulizia della polvere contenuta in essi, e già questa operazione ridona un po' di vivacità alla tinta, ma non lavo mai i sacchetti in cotone perché ciò comprometterebbe la loro capacità filtrante.
    Diverso è il discorso nel caso di sacchetti in tessuto sintetico (siamo già in un'epoca nella quale era previsto un ulteriore sacchetto interno in carta), poiché spesso con un lavaggio delicato essi riprendono un bel tono brillante che si avvicina molto al colore originale.

  11. I tubi flessibili dell'aspirapolvere sono, assieme ai cavi di alimentazione, le parti più sollecitate dall'azione meccanica determinata dall'uso dell'apparecchio.
    Diverse soluzioni sono state adottate sin dall'inizio per realizzare un tubo che abbia contemporaneamente le caratteristiche di flessibilità, tenuta d'aria e resistenza.
    Ebbene, mai si è riusciti a creare il "tubo perfetto", tanto che spesso il tubo flessibile risulta essere la parte più deteriorata dell'intero apparecchio. Succede infatti di reperire macchine ancora in buone condizioni ma il cui tubo è stato sostituito, pur avendo mantenuto gli attacchi originali.
    Anche i tubi, come i cavi, sono sempre molto sporchi e vanno lavati accuratamente, lavoro che risulta essere piuttosto lungo e laborioso nel caso di tubi corrugati in gomma.
    Non mi dilungo ulteriormente su questo argomento se non per dire che l'unica soluzione per restaurare un tubo flessibile eccessivamente disastrato è quella di sostituirlo.
    Mi è capitato un paio di volte di acquistare un "doppio" solo perché aveva il tubo flessibile in condizioni migliori di quello che già possedevo.

  12. Nel caso dei manici vale lo stesso discorso dei tubi: in caso di danneggiamento eccessivo non rimane che la sostituzione. Solo in una occasione ho fatto rifare un manico in cuoio da un artigiano – ma è una soluzione che, se soddisfa l'estetica, devia comunque dalla pratica del restauro vero e proprio.
    In caso di manico rotto in alternativa è consigliabile porre rimedio incollando nella parte non in vista una striscia di materiale resistente, in modo da ripristinarne la funzionalità.

  13. Sino agli anni 50 molti degli accessori (pennello, spazzola ovale, spazzolone da pavimento) erano composti di materiale organico come legno, gomma naturale, feltro e setole animali.
    In presenza di tarli, tarme e altri parassiti è sufficiente una normale disinfestazione con prodotti specifici.
    Altrettanto utile è procedere a un'accurata pulizia dei sacchetti raccoglipolvere seguita da un'irrorazione con sostanze antibatteriche.

Concludo sostenendo che ogni restauro andrebbe condotto con un senso di responsabilità nei confronti dell'oggetto e della sua storia, anche nel caso di oggetti che non hanno per ora un valore museale o storico.
Non tutti gli aspirapolvere della collezione sono già stati restaurati, giacché un buon intervento può richiedere anche più di una giornata di lavoro, e non sempre ho del tempo da dedicare a questa particolare attività.
Altri oggetti, purtroppo, sarebbero invece bisognosi di un secondo intervento di restauro.
L'ambiente in cui risiede l'intera mia collezione è infatti piuttosto  inadatto alla conservazione di materiale che avrebbe bisogno di una condizione climatica "museale", che nel mio caso sarebbe troppo oneroso mantenere. Condizioni troppo variabili di umidità e di temperatura provocano infatti più danni di quel che si possa immaginare.
Credo che ogni collezionista si trovi a un certo punto della sua crescita a dover affrontare tali necessità, e non sempre queste esigenze sono semplici da risolvere.

 

Il restauro: problemi